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Spettacolo tamburistico per tutti i tipi di eventi religiosi e civili. Serietà e professionalità sono le parole che appartengono a questo Complesso Tamburistico, che di anno in anno è stato apprezzato dai vari comitati che ci scelgono per allietare le giornate di festa nei comuni di tutta la regione Calabria.

La storia dei Tamburi

Una delle tradizioni più antiche in Calabria, sopravvissuta al fragore dei tempi moderni ed ai cambiamenti di gusto, dettati da mode transitorie, è quella dei tamburinari. Li si può incontrare facilmente, specialmente in primavera ed in estate, in testa alle processioni di Santi, nelle quali rappresentano uno degli elementi più appariscenti che attirano l'attenzione e colpiscono la fantasia di chi vi assiste. E' capitato a tutti, almeno una volta, di fermarsi in quel gruppetto formato da padri con i figli sulle spalle, curiosi e ragazzini, per assistere alle ultime variazioni, vere prodezze ritmiche che intrattengono i fedeli prima della processione o alla fine, quando la statua del Santo è ormai in chiesa. Ed è proprio questo ritmo ad aprire e chiudere le processioni, quasi fosse un custode sonoro del Santo portato in trionfo. Il ritmo in questione, ossessivo ed incalzante al tempo stesso, caratterizzato da frequenti variazioni in terzine, è una variante della Tarantella, costruita generalmente su un tempo di 6/8 che in questo caso diventa 12/8. Il tempo 12/8, secondo le regole della grammatica musicale, è un tempo composto, formato dal prodotto del 3 per il 4, cioè della forma ternaria e la forma binaria raddoppiata; vista la grande importanza che hanno sempre rivestito questi due numeri ed il loro prodotto 12 dal punto di vista tradizionale e simbolico, è opportuno tentarne una breve analisi numerologica. Il 3 è il numero della perfezione, simbolo di Dio. Ha sempre rivestito un ruolo di primo piano in tutte le tradizioni antiche tanto da divenire spesso oggetto di venerazione. Nella Tradizione Giudaico-Cristiana esso esprime la Trinità, anche gli Indù la considerano simbolo della Trinità di Brahama, Visnù e Siva, per la Cabala 3 sono gli attributi della Divinità ed il 3 era il numero maggiormente utilizzato nelle classificazioni e suddivisioni dell'antico Egitto: le parti del Regno, le parti del Mondo, la divisione del corpo umano; infine il 3 è il primo numero esistente dal punto di vista geometrico, poichè ci vogliono 3 punti per formare un triangolo, che è considerato la prima forma geometrica. Il 4 è il numero della manifestazione universale, il numero che indica il creato; sono 4 i punti cardinali, 4 le stagioni, 4 erano i quartieri e le porte delle antiche città Romane, che ereditavano questo assetto dalle città Etrusche. il bel paese Calabria www.ilbelpaesecalabria.it Ricordiamo anche per i Presocratici erano 4 gli elementi primordiali da cui tutto si forma: terra, aria, acqua e fuoco, e 4 sono gli Evangelisti. Questa importanza viene dimostrata dal fatto che il 12, già dai Caldei in poi, serve per misurare i corpi celesti, 12 i Segni Zodiacali, 12 i Discepoli di Cristo. Per i Rabbini Ebrei il nome di Dio era anticamente composto da 12 lettere, 12 è l'ora in cui il Sole si trova allo Zenit; quindi il numero 12, proprio perchè è il prodotto del 3, il Non Manifestato per il 4, la Manifestazione Universale, diventa un simbolo sacro di Perfezione. Da sempre i tempi di 3 sono stati considerati tempi perfetti, indicati da una circonferenza "O" e questo ne ha reso molto frequente l'uso nella musica sacra; nel nostro caso il ritmo in questione, presenta un carattere circolare, quasi ossessivo, ma soprattutto estatico-esorcizzante. Non è casuale l'uso dei diversi tipi di tamburi, come base 3 (richiamo alla Triade) che possono essere raddoppiati o triplicati a secondo dell'importanza dell'occasione e della disponibilità di musicisti: la grancassa sottolinea i 3 colpi di cui l'ultimo in battere, mentre ai due rullanti vengono ripartiti il ritmo base e le variazioni. Tutto ciò crea un vortice sonoro dal potere estatico-esorcizzante altissimo (basta ricordare che la Tarantella deriva il suo nome dall'utilizzo a scopo terapeutico che ne veniva fatto per esorcizzare gli indemoniati colpiti dal morso della tarantola) in grado di neutralizzare qualunque forza negativa o "demone". Il tamburo è un'invenzione della prima età della pietra e simboleggia, fino dalle sue origini, la massima Potenza: il suo suono, nei culti Indoeuropei antichi, serviva da veicolo, da mezzo di trasporto sonoro per le preghiere ed i riti eseguiti; nelle tradizioni antiche esso ha rappresentato sempre la voce del potere, sia esso temporale o spirituale, una voce autoritaria e terribile al tempo stesso, che doveva incutere rispetto e terrorizzare i nemici. E sono proprio questi i due significati che assume il ritmo in questione all'inizio delle processioni sacre, alla luce di quanto detto; da una parte il suono serve da veicolo per far si che le suppliche e le preghiere raggiungano il Santo, dall'altra i tamburi, all'inizio della processione, mettono in fuga con il loro suono terribile, simile al tuono, tutti i "demoni" e gli "spiriti maligni" che infestano il Mondo per riaffermare ancora una volta, dopo un anno, la superiorità dell'autorità Divina. Ed anche per questo motivo i tamburinari compiono alcuni giri nei paesi, di solito ricalcando l'itinerario della processione, nei giorni che precedono la festa, con lo scopo di purificare l'aria dalle influenze negative e preparare la venuta del Santo. Non ha importanza che adesso si sia persa la memoria di questa funzione importantissima e che agli occhi dei più i tamburinari rappresentino solo un fenomeno folcloristico e di colore nelle feste paesane: ogni tradizione ha una sua precisa ragione d'essere, ed una origine che affonda le sue radici nel Sacro e nel Necessario e proprio il suo perpetuarsi nell'aspetto più appariscente piuttosto che nel suo significato più profondo ne dimostra l'origine "Divina", non umana, il cui vero significato è nascosto da un velo di folclore e di usanze popolari.

I nomi delle "diane" tipiche suonate eseguite durante la sfilata

  • 1a diana
  • 2a diana
  • 3a diana
  • 4a diana
  • Sestina
  • Ottava
  • 13 bottoni
  • Jonica
  • 5 passi
  • Questua
  • Ballo della regina
  • Balletto
  • Processione
  • Passo


La particolarità di queste suonate è che non esiste uno spartito musicale, ma è tutta questione di orecchio e passione per i tamburi.

La storia dei Giganti Mata e Grifone

In relazione ad alcuni racconti della tradizione popolare calabrese, la storia dei Giganti narra di una regina rapita da un re venuto da molto lontano, dal mare, dalla Turchia. Ritroviamo questi alti giganti radicati nella cultura popolare della Spagna, "Los Cabeduzos" e vengono in mente ambientazioni che vedono la Calabria durante la dominazione spagnola, poi ancora al periodo delle incursioni turche e ai saraceni. 

La radice storica del ballo dei giganti è di probabile origine aragonese. Il contatto con la dominazione catalana fece pervenire in Sicilia e in Calabria questa tradizione tuttora fortissima in Catalogna. A testimonianza di un'antica matrice culturale presente nell'area del Mediterraneo ancora oggi ritroviamo manifestazioni popolari con l'uso dei giganti processionali in Spagna, in Sicilia, a Malta ma anche in Belgio e in Germania.

Le statue derivano dai giganti processionali dell'antica tradizione spagnola, ancora oggi presenti in molte zone della Spagna e usati in occasione di varie festività, come a Tarragona per la festa di Santa Tecla, o durante la fiesta Mayor de Reus che si svolge il giorno di San Pietro Reus. Il contatto con la dominazione catalana fece pervenire la tradizione dei giganti processionali che si è diffusa anche in Sicilia ed in Calabria, ed oggi è legata al culto della Vergine Maria, come nel caso dei giganti Mata e Grifone della festa di Maria SS. Assunta a Messina o dei giganti Kronos e Mytia della festa della Madonna della Luce a Mistretta. Inoltre i due colossi di cartapesta rappresentano e ricordano allegoricamente la conquista della libertà del popolo calabrese dai predoni saraceni e turchi, che per secoli devastarono la Calabria apportando ovunque lutti e rovine. Il Gigante nero, chiamato Grifone, raffigura il truce saraceno e, nelle sembianze di una bella e prosperosa popolana, Mata, ne era la sua preda.

Nel corso della storia i due giganti Mata e Grifone sono stati identificati con varie figure mitologiche, ad esempio Kronos e Rhea, Cam e Rea, Zanclo e Rea, Saturno e Cibele; la leggenda più famosa narra che ai tempi delle invasioni saracene in Sicilia, attorno al 970 d.C., un invasore moro di nome Hassas Ibn-Hammar, grandissimo, sbarcato a Messina si innamorò della cammarota Marta figlia di re Cosimo II da Casteluccio. Il nome Marta, dialettizzato, diventa Mata. Il pirata chiese la mano della donna, ma le loro nozze furono celebrate solo dopo la conversione del moro al cristianesimo: il suo nome da Hassan diventò quindi Grifo, o meglio, Grifone per la sua mole. Mata e Grifone prosperarono ed ebbero moltissimi figli: molti tra i messinesi. Questa versione è infatti confermata dalle scritture di alcuni autorevoli storici antichi, Mata e Grifone non sarebbero i mitici fondatori di Messina: Saturno Egizio e la moglie Rea o Cibale.

Con il passare del tempo, al nome di Saturno Egizio venne aggiunto il nome di Zancle (falce), o per aver fondato la città siciliana in un'insenatura di mare a forma di falce, o perché a lui sarebbe attribuita l'invenzione dell'attrezzo agricolo per mietere il grano. Per tale motivo la città peloritana, prima ancora che le venisse imposto l'odierno nome dal conquistatore greco Messena, venne per molti secoli chiamata Zancle in onore del suo mitico fondatore.

La più attendibile storia sulla nascita dei Giganti è però legata ad un fatto storico realmente accaduto nel 1990. In tale anno, Riccardo I° Re d'Inghilterra, più comunemente noto col nome di Riccardo Cuor di Leone, giunse a Messina da dove doveva muovere la Terza crociata che era stata indetta da Papa Gregorio VIII per liberare dai musulmani il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Durante la permanenza in città il monarca si accorse che i messinesi erano privi della libertà perché ancora oppressi dai greci bizantini. Essi infatti si erano impossessati di tutte le cariche politiche, civili ed amministrative gestendo la giustizia a loro piacimento con provvedimenti impopolari ed inappellabili emanati dalla sicura fortezza di San Salvatore, strategicamente posta all'imbocco del porto. Il Re d'Inghilterra, non volendo usare la forza per soggiogarli, pensò di dimostrare la sua potenza facendo costruire sul colle di Roccaguelfonia, situato proprio di fronte alla fortezza, un imponente ed inespugnabile castello. Prima ancora che venisse ultimato, il popolo lo adottò battezzandolo col nome di Matagriffon coniando Mata, da Macta (ammazza) e, Griffon da Grifone (ladro). I greci bizantini dimostrarono di aver inteso il messaggio, abbandonando per sempre la città, così che il popolo Messinese riacquistò la tanto sospirata libertà.

Per festeggiare l'evento e tramandarlo alle generazioni future, i messinesi portarono nelle piazze il castello di Matagriffon in cartapesta per poi sdoppiarlo nel nome e con le sembianze dei fondatori della città. Li chiamarono "'A Gigantissa" e "U Giganti", ma anche Mata e Grifone. In tal modo la colossale coppia divenne l'emblema della loro libertà e l'omaggio agli antichi fondatori. Ai Colossi, rappresentati su due cavalli finemente addobbati, venne nel tempo accostato un finto cammello che veniva bruciato nelle piazze al termine delle feste di mezz'agosto, per simboleggiare la sconfitta degli empi dominatori saraceni scacciati nel 1060 dalla città dal Conte Ruggerio I° il Normanno. 
I Giganti, quali simbolo di libertà, vennero ben presto adottati in molte città siciliane e da alcune della fascia costiera tirrenica ed aspromontana della Calabria che, come Messina, avevano profondamente subito le devastazioni saracene e turche.

 Storia della Città di Palmi

Sorse probabilmente nel X secolo, come rifugio dei profughi della vicina Taureana, distrutta dai saraceni. La zona tuttavia fu abitata fin dall’età del bronzo e del ferro. Il toponimo riflette il latino PALMA, da cui è derivato l’omonimo termine italiano. Casale di Seminara, nella seconda metà del 1300 fu infeudata ai conti di Montalto, da cui passò agli Spinelli. Assalita e devastata, nel XVI secolo, dal corsaro Dragut, fu ricostruita da Carlo Spinelli, che la munì di una cinta muraria. Detta perciò per un certo periodo Carlopoli, dal 1600 registrò una crescita progressiva, grazie allo sviluppo dell’arte della tessitura e del commercio. Comune del cantone seminarese, ai tempi della Repubblica Partenopea, con le riforme amministrative attuate dai francesi, all’inizio del XIX secolo, fu elevata a capoluogo dapprima di un governo e poi di un circondario. I Borboni la misero a capo di un distretto. Già gravemente danneggiata dal sisma della seconda metà del XVIII secolo, fu colpita anche dai terremoti della fine del 1800 e del principio del 1900. Tra i monumenti più importanti da vedere figurano: villa Mazzini, giardino pubblico ornato di monumenti e busti vari; la chiesa dei monaci, di origini trecentesche, contenente pregevoli opere d’arte; il duomo, in cui è possibile ammirare un quadro, in argento, della Madonna della Lettera, del XVII secolo, e alcune statue, del 1600; i resti delle fortificazioni cinquecentesche e borboniche; le torri costiere; una colonna romana di Taureana e una cripta, del III secolo d.C., sovrastata da un fabbricato cadente, in località San Fantino.